Emigrazione dell’800

Emigrazione dell’Ottocento

Canti dell’emigrazione bergamasca di Piergiorgio Mazzocchi | Tratto dalla rivista Terra Insubre (2003)

In sintesi: Il racconto storico dell’emigrazione bergamasca attraverso la musica popolare, i canti tradizionali e i documenti storici d’archivio di Piazzo Alto e Zogno dal 1836 al 1865.

Iconografia dell’Emigrazione

Gli Emigranti

Autore: Raffaello Gambogi
Didrichsen Art Museum, Helsinki

Emigranti (1896)

Autore: Angiolo Tommasi
Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Le Origini e le Prima Emigrazioni

Il fenomeno dell’emigrazione è sempre stato presente in molte aree della Padania fin dal medioevo, in modo particolare nelle zone alpine e sub alpine. Dall’emigrazione più antica che raggiungeva i porti di Venezia e Genova, dove corporazioni di scaricatori gestivano dei moli: il molo più importante di Genova era concesso in esclusiva ai bergamaschi, ed ancora all’inizio del XX secolo molte donne del popolino genovese venivano a Bergamo a partorire per poter garantire l’accesso ai lavori di scarico, ed avere quindi in futuro un posto di lavoro garantito per i loro figli.

Il porto di Livorno nel ‘500 era gestito esclusivamente dagli abitanti del comune di Urgnano (Bergamo), e soltanto dopo cento anni venne concesso loro il diritto al ricongiungimento familiare, per questo c’erano delle pause per il rientro e dar modo di formarsi una famiglia. Altri ancora emigravano, invogliati da sgravi fiscali dei regnanti locali, per lavorare il ferro e produrre attrezzi e armi nelle zone minerarie: è accertata da secoli la presenza dei bergamaschi nelle valli di Lanzo, in Austria, o dei bresciani e bergamaschi in Lunigiana, anche se queste furono migrazioni senza ritorno più che emigrazioni e di questi periodi, ormai troppo lontani, non abbiamo canti che tratano l’argomento vero e proprio, ma abbiamo molte canzoni che richiamano spessissimo il mare, la barca, l’affondamento, cose totalmente estranee ad una cultura alpina e che probabilmente si rifanno ai periodi trascorsi in laguna o in zone marittime. In altre canzoni e ballate molto antiche ci sono riferimenti all’Inghilterra, ma soprattutto alla Francia ed è piuttosto difficile dire se si tratti di testi che si possano riportare ad un fenomeno migratorio o dovuto più a scambi di tipo commerciale o culturale.

Il canto d’emigrazione vero e proprio rimasto ancora vivo è quello dei secoli XIX, XX, più vicini a noi come periodo storico e durante i quali il fenomeno emigratorio assume proporzioni più vaste e diverse da quelle dei secoli precedenti.

L’Ottocento e il Grande Viaggio in America

Alla fine del ‘700 cominciano le prime compagnie di carbonai e taglialegna che stagionalmente si recano in Francia. Nell’800, soprattutto dopo il 1870, con l’aumento di popolazione, le annate agricole scarsissime e l’infausto fenomeno dell’unità nazionale, che fece sprofondare le piccole economie locali, con l’eccessiva tassazione e l’esproprio dei beni comunali utilizzati per il sociale e quindi a favore dei meno abbienti e degli indigenti, comincia per tutta la penisola il fenomeno dell’emigrazione verso le Americhe:

Mamma mia, dammi cento lire Che in America voglio andar Cento lire io te le do Ma in America no, no, no Mamma mia, dammi cento lire Che in America voglio andar Cento lire le scarpette Ma in America no, no, no I suoi fratelli alla finestra Mamma mia, lassela andar Vai, vai pure o figlia ingrata Che qualcosa succederà Quando furono in mezzo al mare Il bastimento si sprofondò Pescatore che peschi i pesci La mia figlia vai tu a pescar? Il mio sangue è rosso e fino I pesci del mare lo beveran La mia carne è bianca e pura E la balena la mangerà Il consiglio della mia mamma L’era tutta la verità (la verità) Mentre quello dei miei fratelli Resta quello che m’ha ingannà

Questa canzone è presente in tutto il nord ed è entrata di fatto nel repertorio tradizionale più puro. Quella che segue, può esser definita “l’inno dell’emigrante” per eccellenza. In questo canto esplode la disperazione e la rabbia del dover partire, l’orgoglio di appartenenza e di identità, la durezza della nuova situazione e alla fine la soddisfazione dell’aver superato tutte queste difficoltà e aver dato al mondo un contributo per essere migliore. Si evidenzia comunque la propaganda che si insinua a creare una nuova identità italiana tutta da creare, mentre la prossima fa parte del repertorio dei “fogli volanti”.

Dall’Italia noi siamo partiti Siamo partiti col nostro onore Trentasei giorni di macchina e vapore E alla Merica noi siamo arriva’ Merica, Merica, Merica Cosa sarà mai questa Merica? Merica, Merica, Merica È un bel mazzolino di fior Alla Merica noi siamo arrivati Non abbiam trovato né paglia e né fieno Abbiam dormito sul nudo terreno Come le bestie abbiam riposa’ E la Merica l’è lunga e l’è larga L’è formata dai monti e dai piani E con la industria dei nostri italiani Abbiam fondato paesi e città

Non sempre i viaggi avevano un esito positivo, accaddero anche dei naufragi, come quello del “Sirio”, il 4 agosto del 1904, che lasciarono negli emigranti un profondo ricordo.

E da Genova il Sirio partivano Per l’America varcare varcare il confin Ed a bordo cantar si sentivano Tutti allegri del suo, del suo destin Urtò il Sirio un orribile scoglio Di tanta gente la misera fin Padri e madri bracciava i suoi figli Che si sparivano fra le onde del mar Più di centocinquanta annegati Che trovare nessuno, nessuno potrà E fra loro un vescovo c’era Dando a tutti la sua benedition

Canti Satirici e di Protesta

Ad una certa propaganda per favorire il fenomeno migratorio in America, molto spesso arriva la risposta della controparte, infatti ci si imbatte in stornelli composti a proposito, come questo ad esempio, apparentemente di origine popolare, ma invece d’autore. Si tratta di un brano presentato al concorso per la “Canzone Lombarda” nel 1892 autori Tarenghi, A. Ferrari Paris, e riproposto da Luciano Ravasio.

‘Ndé piö in America ‘Ndé piö ferméss a cà sé v’preme la salüte se v’preme la salüte ‘Ndé piö in America ‘Ndé piö ferméss a cà se v’preme la salüte e anche la libertà S’ pöl ciamà l’America Mercat chè i vend i bianch I sfrötadur, la piovra Chat süga töt ol sanch

Partire è sempre una cosa brutta se non è per libera scelta e allora la rabbia esplode. Il brano raccolto a Valcanale (BG) nel 1973 dal Foppolo, non riporta la musica, c’è un testo analogo nel repertorio toscano e secondo me si tratta di un canto anarchico della fine dell’800, entrato nel repertorio degli emigranti con l’aggiunta della parte finale nel testo bergamasco, a dimostrazione del fatto che spesso ci sono varianti locali o di tipo estemporaneo che portano un testo d’autore ad una dimensione di spontaneità popolare. In quel periodo nacquero delle comuni anarchiche, soprattutto in Brasile, fondate da idealisti e perseguitati politici, costretti a fuggire dal regime di allora.

Italia bella, mostrati gentile E i figli tuoi non li abbandonare, Sennò ne vanno tutti ni’ Brasile E ‘un si rìcordon più di ritornare Ancor qua ci sarebbe da lavorà, Senza stà in America a emigrà. Il secolo presente qui ci leaves, I’ millenovecento s’avvicina; La fame ci han dipinto sulla faccia E per guarilla ‘un c’è la medicina Ogni po’ noi si sente dire: E vo Là dov’è la raccolta del caffè. Nun ci rimane più che preti e frati, Monìcche di convento e cappuccini, E certi commercianti disperati Di tasse non conoscono i confini. Verrà un dì che anche loro…

Non si emigra solo per fame, indigenza, motivi politici, c’è anche chi è più “sportivo”: e chi più della lingera?

La compagnia del fil dè fer L’è ‘ndacia ‘n Fransa a lavorar Per la Gigiòta E la Gigiota la gà ‘l pipì Per la palanca

I Minatori e il Lavoro in Galleria

Nell’emigrazione bergamasca e bresciana è fortissima la presenza nelle miniere o nei lavori di traforo e galleria delle Alpi, questo sia perché c’era un esubero di mano d’opera, sia perché in queste due province c’era già una tradizione della miniera per la presenza di minerali sfruttati già nell’antichità e quindi operai già esperti. La patrona protettrice dei minatori è Santa Barbara e questa è una delle tante versioni dell’inno dei minatori.

Anche mio padre sempre me lo diceva Di stare lontano de la miniera Ma io testardo ci sono sempre andato Finché di una mina mi ha rovinato Finché una mina di quella galleria Ha rovinato la vita mia Non c’è né medici e nemmeno professori Che fa guarire quei giovani minatori O Santa Barbara, o Santa Barberina Dei minatori sei la Regina

La vita in miniera è durissima, con situazioni ancora più dure rispetto ai secoli precedenti, quando il minerale veniva cavato stagionalmente, e c’era quindi la possibilità di scegliere i momenti migliori anche dal punto di vista climatico e ambientale. La morte in miniera è sempre in agguato e a pagare sono quelli costretti ad andare lontano per cercare lavoro.

Uscii dall’avanzamento allegramente Contento di aver fatto il mio dover Ma la disgrazia era ormai decisa Già prima di sortir di galleria Avanti avanti, quando il destino fu Un grande scoppio fece i blocchi cascan giù Avanti avanti dove il destino c’è Girando intorno ai blocchi, si vedon mani e piè Subito un telegramma al direttore E mentre sull’imbocco sta il dottore Due morti ed un ferito il treno viene… Due di quelli erano bresciani Cugini sulla leva dei vent’anni Sangue bresciano, ridotto sei così Nella tua Brescia nascere, all’estero morir.

La lontananza dalla famiglia crea situazioni di disagio fisico, psicologico e molto spesso disperazione:

Cara moglie stasera ti scrivo Che mi trovo ai confin della Francia Anche quest’anno c’è poca speransa Di poterti mandà dei dané La cucina l’è molto assai cara E di paga si piglia assi poco E i bresciani se ne vanno al galòpo Questa vita la posso più far…

L’Emigrazione nel ‘900 e la Svizzera

Nel periodo tra le due guerre oltre alla forte emigrazione all’estero, soprattutto in Francia, ci fu anche una forte immigrazione interna in modo particolare verso Milano e Torino. Oltre ai lavori di tipo stagionale, come il taglio dei boschi, il mondariso, la mietitura, la fienagione, si cominciò ad emigrare con la famiglia, o a squadre di muratori, fenomeno che si accentuò nel dopoguerra e che continua ancora anche se con modalità diverse. Questa canzone modulata su una musica precedente l’ho sentita cantare ancora negli anni settanta nei cantieri a Milano:

L’è riat i magücc a Milà Braghe rote e ‘l sidel in di mà Per portaga la molta ai maister Iè töcc comunisti e i següta a cantà

Il fenomeno dell’emigrazione dopo la seconda guerra è ripreso in modo massiccio per la nostra provincia soprattutto verso la Svizzera, dove le condizioni di trattamento non erano certo delle migliori. Sempre sulla musica della precedente questa canzone che potremmo dire tra le ultime dell’emigrazione in Svizzera, questo denota anche come i canti vengono anche composti in maniera estemporanea su musiche preesistenti a mo’ di stornelli.

In Isvissera bene si stà Italiani ce n’è in quantità Lavoriamo però siamo stanchi Per prender franchi bisogna sgobbar Da più mesi che noi siamo qua Che mangiamo patate ogni dì Nelle nostre stanzette di sera Chi sogna chi spera alla casa tornar…

Nella canzone dell’emigrazione è entrata anche questa, pur con leggere varianti locali che si sono formate nel tempo, d’autore ticinese, Vittorio Castelnuovo, risalente agli anni cinquanta, senz’altro tra le ultime in ordine cronologico, ma di fatto è entrata nel repertorio tradizionale.

Noi siam partiti l’altra sera al chiar della luna Noi siam partiti per cercare un po’ di fortuna Ma nel dolor tutto dovrò lasciare Questo l’è ‘l destin, questo l’è ‘l destin, per chi vuol emigrare…

Documenti Storici d’Archivio (Piazzo Alto e Zogno)

Dati dell’Archivio Comunale di Piazzo Alto (1836 – 1865): Testimonianze reali ed elenchi di passaporti rilasciati agli abitanti del paese per emigrare all’estero.
Esplora la Documentazione d’Archivio (1836 – 1865)
  • 1836: Informazioni sulla partenza per Costantinopoli della moglie di Giacomo Cavagna (Piazzo Alto, 20 aprile 1836 / 12 maggio 1836).
  • «La moglie di Giacomo Cavagna è partita da Genova il primo aprile 1835 in unione di suo padre per recarsi assieme a sua sorella che il marito della medesima trovasi in Costantinopoli da anni 17… che il marito Giacomo si unisca a lei tanto per li affari spirituali come corporali…»
  • 1838: Carteggio relativo per passaporto per Costantinopoli per Cavagna Giacomo e Sebastiano
  • 1841-1842: Libretto di scorta di Cavagna Antonio per Genova e Milano dove si porta per travagliare del suo arte di cerajo.
  • 1844: Arresto del carbonaio Domenico Cavagna proveniente dall’estero privo di passaporto.
  • 1849: Passaporto per la Svizzera.
  • 1855: Informazioni su Cavagna Giacomo tessitore per rinnovazione passaporto (Piazzo Alto, 16 Febbraio e 18 Settembre 1855).
  • 1856: Giovanni Cavagna lavoratore in cera, chiede passaporto per trasferirsi da Venezia a Gorizia.
  • 1865: Licenza di espatrio e documenti di partenza (17 Settembre 1865).
Bibliografia e Fonti dell’Articolo
  • I testi provengono dal CD “Il Bastimento Parte”, canti dell’emigrazione bergamasca (1996).
  • Documenti della cultura popolare del disco della Regione Lombardia: “I minatori della Valtrompia” della famiglia Bregoli di Pezzaze.
  • Registrazioni effettuate sul campo appartenenti all’archivio privato di Piergiorgio Mazzocchi.